I racconti di Milù – Il re del nulla
Un re, un tempo, volle tutto.
Non per fame, non per necessità, ma per paura di affrontare il vuoto che via via gli cresceva dentro.
Quel re si alzava ogni mattina con una lista di conquiste: persone da impressionare, traguardi da superare, territori da dominare, nemici da uccidere.
Ogni successo era una bandiera piantata nel terreno, ogni applauso una pietra in più nel suo castello fatto di mattoni – non di lego – di Ego.
Eppure, più il regno si espandeva, più il silenzio lo inseguiva. Lo veneravano, un pò per il bisogno di avere a che fare con “qualcuno che mette a posto le cose”, un pò per paura.
Lui pretendeva molto: la totale sottomissione.
Aveva parole affilate, visioni grandiose, promesse che brillavano come oro nuovo, ma macchiate di una sostanza tetra, estratto liquido delle sue perversioni.
Non si accorgeva che, mentre stringeva il mondo tra le mani, le mani stesse si chiudevano sempre più forte… fino a non sentire più nulla.
Stringi, stringi, stringi e vai avanti spavaldo.
“Voglio questo, voglio quello, dobbiamo vincere, dobbiamo battere, dobbiamo eliminare”.
Un giorno arrivò quasi alla cima del Tutto. Nessun ostacolo davanti, nessun rivale rimasto. Il mondo, finalmente conquistato.
Strinse di nuovo i pugni, molto forte, con la sensazione di essere il padrone del mondo intero.
Poi li aprì. Dentro non c’era niente.
Non amore, non pace, nessun senso. Solo aria tiepida, polvere e illusioni.
Si trovò faccia faccia con i fantasmi che aveva inseguito e con le immagini delle persone da lui calpestate lungo il cammino, ignorando il cuore, rimandando ogni ascolto, confondendo il rumore con la vita.
Si fece portare un trono e vi si sedette, circondato da ammiratori che non parlavano più.
In quel silenzio comprese che non aveva costruito un regno, ma una fuga.
Non aveva governato il mondo, aveva evitato sé stesso, messo in gioco la sua ombra repressa e il suo corpo di dolore.
E così divenne ciò che era sempre stato, senza saperlo: il re del nulla, sovrano di un impero immenso ora completamente svuotato di ogni significato.
Solo ora, per la prima volta, sentì davvero la perdita. Erano mesi che aveva un sentore di fallimento, ora ne aveva la conferma.
E forse — troppo tardi o forse no — nacque il desiderio di una conquista diversa:
quella di tornare a casa, a quel castello dove per anni servitori lo avevano riverito, dove accoglieva ospiti annoiati, dove trovò una nuova TV super accessoriata regalatagli dal sultano di Giambalaika.
TV di ultima generazione, a cristalli di peto di gattopardo, 250 pollici, risoluzione straordinaria, qualcosa di favoloso.
Prese il telecomando, si sedette sulla poltrona di nidi di rondine …. Si accese la pipa di cobalto … Accese la TV e si trovò faccia a faccia con Marzullo,
Sì, proprio lui .. Gigi Marzullo.
Era mezzanotte e mezza.
Marzullo lo fissò .. Si sistemò gli occhiali, si bagnò le labbra di saliva e disse al re ..
“Si faccia una domanda e si dia una risposta … Che domanda si farebbe e cosa risponderebbe?”
Il re strinse i pugni. Li aprì. Niente. Li richiuse. Li riaprì. Ancora niente, ma con più convinzione.
Marzullo lo fissava dallo schermo. «Allora, che domanda si farebbe?» chiese.
Il re ci pensò un attimo. Poi disse: «Dove ho messo tutto?»
Marzullo annuì gravemente. «E la risposta?»
Il re guardò le mani vuote, poi la TV.
«Probabilmente… ho stretto troppo»
Marzullo sorrise.
«E anche stanotte abbiamo capito che tutto, se lo afferri, diventa nulla. Buonanotte.»
Le ultime parole del re furono “Asssorrrateeeee! Maledetto trombone!!”
La TV si spense. Il re rimase solo. Con le mani aperte.
Dopo un po’ disse: «Vabbè»
E andò a dormire …. Sul suo cesso dorato cagando la sua storia.
A proposito di legge d'attrazione
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