IL DIZIONARIO CHE AVEVA PERSO LE PAROLE

Una mattina il dizionario si svegliò e scoprì di aver perso molte parole
Le cercò dappertutto: sotto il letto, negli angoli delle pagine, tra le note a piè di margine. Niente.
Le parole erano sparite nel nulla con la stessa discrezione con cui spariscono le penne nei cassetti.
Era sparita MANNAGGIA
Era sparita CULO
Erano sparite anche ZUZZURELLONE, GAGLIOFFO, SCIAMANNATO, PLEONASTICO
Il problema era evidente: senza quelle parole il mondo cominciava a fare acqua da tutte le parti.
Il dizionario si mise il cappello — un piccolo cappello di feltro che indossava nelle occasioni importanti — e uscì a fare le sue indagini.
MANNAGGIA fu ritrovata per prima, in fondo a un vicolo, seduta su una cassa di legno, nell’atto di imprecare contro se stessa. Quando il dizionario le chiese perché fosse scappata, lei alzò le braccia al cielo: «E che dovevo fare? Tutti mi usano solo quando le cose vanno male. Mannaggia qua, mannaggia là. Mai un grazie.» Tornò, borbottando.
CULO era più difficile da trovare. Stava nascosta dietro un eufemismo — uno di quei termini vaghi e imbellettati che preferiscono non dire le cose come stanno. «Non è solo fortuna, accidenti», disse. Il dizionario non replicò. Le lasciò semplicemente spazio sulla pagina, in bella vista, senza asterischi. Bastò quello.
ZUZZURELLONE fu recuperato in un parco giochi, nel mezzo di una gara di scivoli con i sette nani di Biancaneve. Non aveva nessuna intenzione di tornare. Ci volle una trattativa di venti minuti e la promessa di un punto esclamativo fisso in dotazione.
GAGLIOFFO era in una bettola fumosa a giocare a carte. Vinse tre mani di fila prima di alzarsi, aggiustarsi il cappotto e seguire il dizionario dopo avergli buttato il fumo addosso, ma senza fare domande. Era quel tipo lì.
SCIAMANNATO fu trovato con i capelli arruffati, la camicia fuori dai pantaloni e un’espressione di totale serenità. «Ero qui», disse semplicemente, indicando il nulla attorno a lui. Il dizionario non insistette sulle motivazioni. Lo riaccompagnò a casa tenendolo per un braccio, come si fa con i vecchi zii.
PLEONASTICO, invece, tornò da solo, senza essere cercato, e si rimise al suo posto come se nulla fosse — dopo aver detto, ripetuto, ribadito e sottolineato che lui non era mai andato da nessuna parte e che la sua presenza, in fondo, era del tutto superflua e inutile.
Il dizionario chiuse l’ultima pagina e tirò un sospiro.
Le parole più strane, aveva imparato, non scappano per stanchezza.
Scappano perché vogliono essere cercate.
Vogliono che qualcuno si prenda il disturbo di raccontare la storia di come sono fatte, dei personaggi a cui si accompagnano.
In fondo, è questo che fanno le parole speciali: aspettano che qualcuno le meriti.
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