La Sabbia e l’Anima
Un racconto nel modo dei maestri
Si dice che il deserto non uccida gli uomini. Li svuota. Solo allora, se hanno la fortuna di sopravvivere, possono essere riempiti di qualcosa di vero.
IL MERCANTE CHE AVEVA TUTTO
C’era una volta, nella città di pietra e commercio, un uomo che si chiamava Maryam ibn Yusuf — anche se aveva dimenticato il nome che sua madre gli aveva sussurrato alla nascita, e tutti ormai lo chiamavano semplicemente il Ricco.
Aveva magazzini pieni di stoffe preziose. Aveva servi, cammelli, una casa con una fontana al centro che cantava giorno e notte. Aveva una moglie bellissima che però non guardava più e figli che crescevano senza di lui.
Un giorno, un derviscio si fermò davanti alla sua porta.
«Che cosa vuoi, mendicante?» chiese il Ricco.
«Niente che tu possa darmi» rispose il derviscio. «Ma ho qualcosa per te.»
«Io non ho bisogno di niente»
Prima che il Ricco potesse aggiungere altro, il derviscio era già scomparso nel dedalo dei vicoli.
LA CAROVANA CHE SI SPEZZA
Qualche tempo dopo, il Ricco partì con una carovana verso le città del Sud, dove le spezie costano poco e si vendono care.
Era una carovana di venti uomini e quaranta cammelli. Ma il deserto non conta gli uomini — li pesa.
Venne una tempesta di sabbia che non era nel cielo ma era il cielo — un muro rosso alto fino alle stelle che inghiottì la carovana in pochi minuti. Quando la sabbia si posò, il Ricco era solo.

Non aveva acqua. Non aveva direzione. Non aveva, per la prima volta in quarant’anni, una sola cosa da fare.
Allora si sedette.
Un maestro aveva scritto: L’uomo agisce finché può. Poi, quando non può più agire, ha finalmente la possibilità di essere.
Il Ricco non conosceva questo insegnamento. Ma il deserto glielo stava spiegando a modo suo.

LE TRE NOTTI
La prima notte, il Ricco contò tutto quello che aveva perso. I magazzini. I cammelli. Il carico di spezie. Calcolò le perdite con la precisione di un contabile, e la mente rimase occupata fino all’alba — che è esattamente ciò che la mente vuole: rimanere occupata, perché nel silenzio ha paura di se stessa.
La seconda notte, non aveva più niente da contare. Allora cominciarono a salire le cose che non aveva mai voluto guardare. Il viso di suo figlio il giorno in cui aveva perso i primi denti — e lui non c’era. La mano di sua moglie che cercava la sua nel buio, anni prima, e lui si era girato dall’altra parte perché era stanco. Il momento esatto in cui aveva smesso di fare domande e aveva cominciato solo a rispondere.
Pianse. Non sapeva da quanto tempo non piangeva. La sabbia bevve le sue lacrime senza commento.
La terza notte, non pensò niente.
Non perché fosse morto — ma perché aveva attraversato la stanchezza e ne era uscito dall’altra parte. Giacque sulla schiena, guardò le stelle, e sentì qualcosa di strano: di essere esattamente nel posto giusto.
Non era ragione. Non era follia. Era qualcosa che non aveva nome in nessuna delle lingue che conosceva.
Un maestro sufi avrebbe detto che in quel momento l’ego si era seduto, esausto, e l’anima aveva potuto alzarsi in piedi.
L’INCONTRO
All’alba della quarta notte, apparve un vecchio.
Non arrivò da nessuna direzione particolare. Era semplicemente lì, come se il deserto lo avesse sempre contenuto e solo ora avesse scelto di mostrarlo.
Era vestito di stracci. Portava un otre d’acqua e niente altro.
Diede l’acqua al Ricco senza parlare. Lo guardò bere. Poi disse:
«Hai trovato quello che cercavi?»
«Non cercavo niente,» rispose il Ricco. «Ero perduto»
«Sì» disse il vecchio. «Per questo hai trovato.»
Il Ricco avrebbe voluto fare domande — aveva sempre fatto domande pratiche: dove sono? quale strada? quanti giorni? — ma si accorse che non gliene veniva nessuna. Rimase in silenzio.
Il vecchio annuì, come se il silenzio fosse la risposta giusta.
«Chi sei?» chiese infine il Ricco.
«Sono quello che incontra chi è pronto,» disse il vecchio. «Prima di questa settimana, non lo eri ancora»
«E adesso?»
Il vecchio guardò il cielo che cominciava a schiarire.
«Adesso hai smesso di essere il Ricco. Puoi ricominciare semplicemente a essere»

IL RITORNO
Lo trovarono tre giorni dopo, i pastori nomadi. Era vivo, anche se non sapevano spiegare come — un uomo senz’acqua nel deserto non sopravvive così a lungo.
Per la prima volta il suo volto abbozzò un sorriso sincero, proveniente dal cuore che finalmente si era alleggerito di tante cose.
Tornò alla città.
Ma tornò diversamente.

Non vendette i magazzini. Non diventò un derviscio. Non salì su una montagna a meditare — perché i veri maestri sufi non insegnano la fuga dal mondo, ma la presenza nel mondo.
Tornò e guardò sua moglie — la guardò davvero, per la prima volta da anni — e lei vide nei suoi occhi qualcosa che non c’era mai stato, o che era stato tanto tempo prima che lo aveva dimenticato.
Tornò e sedette con i suoi figli e non parlò di affari. Chiese loro dei sogni che facevano di notte.
Tornò, e quando il derviscio ripassò davanti alla sua porta — e ripassò, come ripassano sempre — questa volta il Ricco non disse non ho bisogno di niente.
Disse semplicemente : «Entra. Ho preparato il tè»
LA MORALE CHE NON È UNA MORALE
I maestri sufi non amano le morali. Dicono che una storia con una morale è come un giardino con un cartello che dice questo è un giardino — inutile.
Quindi questa storia non ha una morale.
Ha solo un’ultima immagine:
Un uomo seduto nel cortile della sua casa, vicino alla fontana che canta. Non aveva mai cantato prima d’ora.
Sta tenendo in mano una manciata di sabbia del deserto — la porta sempre con sé, in una piccola borsa di cuoio. Ogni mattina infila la mano nella sacca per toccarla.
Non per ricordare di essere quasi morto.
Ma per ricordare il momento in cui, finalmente, era diventato vivo.
«Il viaggio verso Dio è di un solo passo: il passo fuori da te stesso.» — Ibn Arabi
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