Non sono la “mia malattia”
Per anni qualcuno può essersi detto “sono malato”. Una frase breve, definitiva, come una sentenza.
Oggi, guardando attraverso le lenti di Jean-Paul Sartre, ho capito l’errore.
Nessuno è una malattia nello stesso modo in cui un sasso è un sasso.
Io sono una coscienza libera, e la malattia può essere anche solo un compagno di viaggio.
Non è il conducente, non è la meta; è una presenza che mi accompagna, ma che non può coincidere con il mio ‘io’.

Il Peso delle Etichette
I linguaggi medico e quello sociale tendono a trasformarci in “oggetti”.
Quando ti identifichi con “il malato”, ti senti privato della tua libertà di essere altro. Eppure la chiave sta proprio nel cavalcare la libertà che deriva dal poter scegliere la speranza, la fede, la fiducia, la cura, la terapia, l’ottimismo.
La Scoperta del “Nulla”
Tra te e la tua condizione fisica c’è sempre uno spazio di scelta.
La malattia può essere un fatto (l’In-sé), ma il modo in cui la vivi è una tua creazione (il Per-sé)
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1. L’Essere (L’In-sé)
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L’ “Essere” si riferisce al mondo degli oggetti, delle cose inanimate. Sartre lo chiama l’In-sé (en-soi).
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Cos’è: È tutto ciò che è solido, pieno, statico e non ha coscienza (un sasso, un albero, un tavolo).
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Caratteristiche: L’In-sé non ha possibilità di cambiare da solo, non ha futuro e non ha segreti. È “ciò che è”. Un martello è semplicemente un martello; non si chiede perché esiste né può decidere di diventare un girasole.
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Il limite: È un essere massiccio e opaco, privo di libertà.
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2. Il Nulla (Il Per-sé)
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Il “Nulla” si riferisce alla coscienza umana. Sartre lo chiama il Per-sé (pour-soi).
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Perché “Nulla”? Questa è la parte più radicale: Sartre dice che la coscienza non è un “oggetto”. Se guardi dentro di te, non trovi una “cosa” fissa, ma un flusso continuo di pensieri e scelte. La coscienza è come un “buco” nell’essere, un vuoto che ci permette di distaccarci dalle cose.
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La funzione del Nulla: È proprio grazie a questo “nulla” (questa mancanza di essenza fissa) che l’uomo è libero. Poiché non siamo “pieni” come un sasso, possiamo dire di “no”, possiamo immaginare ciò che non esiste ancora e possiamo scegliere chi diventare.
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Esempio: Se oggi sei un impiegato, non lo sei nello stesso modo in cui un tavolo è un tavolo. Tu “sei” un impiegato nel modo del “non esserlo”, perché in ogni momento puoi decidere di licenziarti o agire diversamente. C’è sempre una distanza (un nulla) tra te e la tua funzione.
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La relazione tra i due
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Il dramma dell’esistenza umana nasce dal fatto che noi siamo entrambi:
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Siamo un corpo (Essere/In-sé), soggetto alle leggi della fisica e al passato.
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Siamo una coscienza (Nulla/Per-sé), proiettata verso il futuro e libera.
In conclusione:
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L’Essere è il mondo delle cose, che è già “fatto” e completo.
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Il Nulla è l’uomo, che è una “mancanza” sempre in divenire e che deve inventare se stesso ogni secondo attraverso la scelta.
L’uomo è l’unico essere che introduce il “nulla” nel mondo: solo l’uomo può dire “questo non mi piace”, “questo non c’è”, “io non sono questo”. Senza la coscienza umana (il nulla), il mondo sarebbe solo un ammasso di materia senza significato.
Tu non sei un oggetto statico (come un sasso). Tu sei sempre proiettato in avanti.
Tu non coincidi mai totalmente con le definizioni che gli altri ti danno o con quello che hai fatto finora.

Se io “fossi ciò che sono” (come un oggetto), non sarei libero. Sarei solo una cosa tra le cose.
Dicendo che “sei ciò che non sei”, Sartre ti sta dicendo che sei pura libertà.
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1. La Malattia come “In-sé” (Il Fatto)
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Sartre non nega la biologia. Se hai la febbre a 40° o una gamba rotta, quello è un dato di fatto oggettivo. È l’In-sé che si impone: il tuo corpo “è” in quello stato, come una pietra è dura. Tuttavia, il medico o la società che dicono “Tu sei un malato” stanno effettivamente compiendo un atto di oggettivazione. Ti stanno trasformando in una “cosa” definita da una diagnosi.
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2. La Malattia come “Per-sé” (Il Senso)
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Qui scatta la tua libertà. La malattia è un “fatto”, ma il significato della malattia lo decidi tu.
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Puoi vivere la malattia come una scusa per non agire (E’ ciò che Sartre chiama Mala Fede dire “Non posso farci nulla, sono malato”).
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Puoi viverla come un ostacolo da superare.
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Puoi viverla come un nuovo modo di essere nel mondo.
Sartre stesso, verso la fine della vita, divenne quasi cieco e molto sofferente. Eppure rifiutava di “essere” la sua cecità. Diceva che la sua infermità era solo la “condizione” in cui doveva continuare a esercitare la sua libertà di scrittore.
In sintesi: La malattia è una “situazione”. Se dici “sono malato” come se fosse la tua intera identità, sei in Mala Fede. Se dici “ho questa malattia e ora devo decidere cosa farne”, sei un uomo libero.
La scelta del senso
La malattia non ha un significato in sé; siamo noi a darle un senso (di sfida, di pausa, di nuova prospettiva).
Molti vedono nella libertà una leggerezza spensierata. Sartre ci insegna il contrario: la libertà è una vertigine. Se accetto di non essere la mia malattia, ma di essere colui che decide come viverla, crolla ogni alibi.
Non posso più dire: ‘Non faccio questo perché sono malato’. Devo dire: ‘Ho scelto di non fare questo usando la malattia come ragione momentanea’. È una distinzione sottile che cambia tutto. Ci toglie il conforto del vittimismo e ci mette davanti allo specchio: siamo scultori della nostra esistenza.
La responsabilità è totale. Siamo responsabili non solo di noi stessi, ma del modo in cui diamo significato al mondo.
Fa paura? Sì, moltissimo. Ma è proprio in questa paura, in questa ‘angoscia della responsabilità’, che risiede la nostra dignità più profonda. Non siamo foglie al vento; siamo il vento.

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